Non ho mai conosciuto nulla di più atroce di un idealista che ha perso i propri ideali. E’ barbaro uccidere i propri ideali eppure questo è ciò che fanno tutti coloro che ne hanno. Salgono sul treno degli ideali, se ne nutrono crogiolandosi per molti anni e poi, sul più bello, quando l’età, la personalità e l’esperienza potrebbero aiutarli ad affrontarli cosa fanno? Li uccidono miseramente invertendo se stessi da romantici innamorati della vita in cinici dispensatori di disperazione.

Quando accade la sola possibilità di sopravvivenza è la fuga. Non si torna indietro perché il piano inclinato è troppo ripido per le deboli forze umane. Allora bisogna farsi rotolare fuori da tutto, scordarsi di se stessi e ricrearsi in un uomo nuovo.
Rinascere? E’ un idea, la sola ultima idea che può salvare l’idealista da se stesso.

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“Filippo, perché??” Le parole non escono ma urlano nella testa di quel padre. L’atroce immagine del figlio suicida, iniziata nel preciso istante in cui è toccato a lui trovarlo, sa che non finirà mai più. Quel corpo immobile con i piedi sospesi per aria lo accompagnerà per ogni giorno, in ogni ora, in tutti i minuti che la vita gli concederà ancora.  
Le mani abbracciano quel figlio disperato, lo riportano a terra e tentano di dare colpi fortissimi sul suo cuore che non vuole battere. “Chiamate l’ambulanza” urla la testa, ma è da solo in quella grande stanza giovanile, piena di foto e libri, con lo schermo del pc spento che vorrebbe raccontare ciò che non ha potuto registrare.

L’adrenalina ti confonde le idee, è troppa. Dicono che l’adrenalina è una droga naturale che aiuta ad essere reattivi nell’istante del terrore. Ma quando la scarica è eccessiva il corpo si trattiene in un fremito impotente che non trova i gesti giusti.
Le mani premono e il telefono squilla, il dubbio imbriglia le sue mosse; cosa fare, telefonare o dare colpi più forti per far ripartire quel cuore che vuol restare fermo.  E’ più forte la volontà di morte del figlio, che resterà per sempre giovane, che la speranza di vita di quell’uomo diventato all’improvviso vecchio.

La speranza cede dopo molti colpi, dopo una veloce telefonata, dopo che gli infermieri, giunti con l’autoambulanza, non possono far altro che certificare la fine di tutto.

Adesso quell’uomo sa che la sua vita non avrà più ritorno, come dice De Andrè; il suo viaggio di sola andata non prevede lo spegnimento della luce; un folgorante bagliore illuminerà per sempre i luoghi delle sue giornate.

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Ho speso i miei migliori anni per trovare l’infelicità, e tu adesso vorresti negarmela?

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Mercoledì alle 16,30. Vado alle poste di Viale Monte Ceneri a pagare delle bollette. Entro e scopro che sono l’ultimo utente perché dietro di me viene bloccato l’ingresso. Ho il numero 578; sul visore leggo 480. Non mi scoraggio, nell’ufficio non ci saranno più di quaranta persone, molte hanno rinunciato e intuisco che la fila sarà più veloce del prevedibile. Mi posiziono vicino alla parete in fondo e attendo. Mi giro e vedo le persone in attesa del proprio turno. Sono quasi tutte anziane. Coppie di vecchietti seduti che chiacchierano con altre persone di età avanzata. Guardo a destra, guardo a sinistra. C’è qualche cinese che blocca gli sportelli per diversi minuti, ci sono pochissime persone della mia età, e poi un numero impressionante di persone che superano i settant’anni. Staranno pagando le pensioni? Non so, ma non mi sembra. Penso che questa non è una città per giovani.

Giovedì ore 14,00. Metropolitana, linea tre, tratto Duomo – Centrale. Mi siedo, a fianco a me è seduta una donna scura di carnagione e di capelli. Legge una rivista, “Vero”; gossip allo stato puro. Squilla il telefono. “Si signora sto arrivando. – Si ho le chiavi non si preoccupi. – Ok anche le lenzuola del letto, si certo gliele cambio. – Si signora ci sentiamo quando vado.” L’accento è rumeno, si rimette a leggere il giornale: Shakira e i suoi vestiti. Milly Carlucci e la sua casa. Nomi che non ricordo e figure femminili bellissime e irreali che raccontano amori, gioie e tradimenti. L’espressione è sognante, poi si arriva alla fermata della stazione centrale. Richiude il giornale, si alza ed esce.

Giovedì ore 14,15. Metropolitana, linea tre, tratto Maciacchini – Comasina. Sale una compagnia di giovani studenti. Tre ragazze e due ragazzi. Uno è bello, sveglio. L’altro no. E’ seduto di fronte a me, ha degli occhiali molto grandi, e la postura della seduta mostra i suoi problemi fisici. Guarda le ragazze della propria compagnia e sorride. Le ragazze si siedono di fianco a me, scherzano in modo rumoroso, antipatico. Il volto dietro gli occhiali è triste, ma appena arriva un cenno da qualcuno della compagnia si illumina e sorride. Poi ritorna chiuso e pensoso e si riapre quando una delle ragazze scende alla fermata di Dergano e lo saluta. Le altre due si stringono intorno al ragazzo bello. Lui resta di la, seduto ad attendere un sorriso o una parola. Affori FNM, scendiamo tutti quanti.

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Percorro il Viale Pisani, è lunedì mattina e volgo lo sguardo sulle gambe delle donne che passano. Respiro a pieni polmoni, oggi mi attendono molti impegni ma sono tranquillo, non ho desideri da mettere in gioco, ambizioni da spendere. Attendo solo lo svolgersi delle cose e il lavoro che devo compiere perché tutto sia in ordine.

Ordine è una parola che amo, una condizione che cerco da quando sono adulto.

L’ufficio è il solito, anche se, come accade ogni lunedì, vorrei fosse diverso; accendo la posta e rispondo alle prime e-mail. I soliti quesiti, le stesse procedure, i medesimi messaggi da registrare in agenda.
Sono le nove gli appuntamenti iniziano; adesso è Pasquale, tecnico meccanico, che mi mostra le sue buste paga, fra un’ora arriva Domenico della UIL, e poi nel pomeriggio c’è trattativa in Assolombarda.  

A volte aprire la posta riserva sorprese che uno non vorrebbe ricevere. Una lettera firmata anche da me, un testo che invita alla polemica, parole che non mi appartengono e sotto le quali appare anche il mio nome,  ignaro di esserci eppure rumoroso più di ogni altro.

Scrivo di getto: “Cazzo Rosa, ma chi ti ha detto di mettere la mia firma su questa lettera. Ma chiedere prima di scrivere no? Cazzo non esiste.” Premio invio ma non basta. Prendo il Nokia, mi metto sul piazzale di fronte all’ufficio e chiamo; fortuna che qua fuori posso rubare il conforto del sole ottobrino.
“Perché. Ma perché non mi hai chiesto se volevo firmare anch’io, prima di scrivere il mio nome.”

“Ma io credevo che…insomma ero convinta tu fossi d’accordo.”

“No che non sono d’accordo. Voi chiedete pure tutti i chiarimenti che volete ma io non sono d’accordo per nulla. Poi non capite, io sono coinvolto e firmo una lettera con altre persone? Ma semmai parlo io direttamente. Voi fate tutto ciò che credete ma non a mio nome. Il mio nome ci deve essere solo se ve lo dico io e io non ve l’ho detto.”

“Ma io ho chiesto anche a Guido. Lui ha detto che eri d’accordo.”

“E cosa ne sa lui. Anzi lui sa che io non volevo aprire nessuna polemica personale, soprattutto per interposta persona.”

Le parole continuano pesanti anche se non riesco a arrabbiarmi troppo. Sono sputtanato più che mai e non l’ho voluto ne ho fatto nulla perché accadesse. 
Torno alla scrivania. Riapro le e-mail. Le stesse domande, i soliti quesiti ai quali rispondere.
Non ho più voglia di respirare a pieni polmoni oggi.

“Ciao Pasquale come stai!? Sono contento di rivederti.”

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Mina! Che interprete.

 “Amor mio, amor mio, tu sei mio, tu sei mio….” Ascoltare questo brano mi riporta alla mia infanzia, ai miei luoghi, ai miei tempi; quando avevo tutti i miei capelli, ero alto un metro e sessanta e ne avevo ancora dieci da crescere, circa.

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Non so se quante volte ho affrontato il tema delle persone che vengono da me a raccontare i loro problemi lavorativi. Sicuramente ricordo bene un post in cui descrivevo una coppia in cui parlava sempre il ragazzo anche se i problemi erano della ragazza, come se lei non fosse in grado di raccontare e spiegare. Non ricordo altro.

In questa pagina vorrei parlare, non raccontare, delle sensazioni che ho provato qualche giorno fa quando ho passato la mattinata a ricevere ed ascoltare persone diverse.
La maggior parte erano a rischio posto di lavoro. Ho avvertito la loro difficoltà e la necessità di aggrapparsi a qualcosa per poter continuare a sperare. C’era in ognuno la ricerca di una forza superiore che gli desse la possibilità di uscire dall’incubo in cui si trovava. Come se su quella scrivania si giocasse una sfida in cui noi due eravamo si alleati ma non in modo paritario. Io lavoravo, loro desideravano ricevere qualche cosa che non fosse solo un consiglio o una richiesta di assistenza.

Allora osservando quei volti, la postura di quei corpi, a volte, accartocciati dall’ansia, ho  capito che la scrivania che sta tra me e loro è spessa molto più di quel che sembra. Una distanza non calcolabile che opprime perché incolmabile. Domani potrebbe capitare a me, non è il destino che divide. Ma il momento, l’istante, il lato del tavolo che occupiamo; se quello di chi chiede o quello di chi ascolta.

Un luogo può non significare nulla per qualcuno, per me no. Un luogo non è mai neutro e il mio ufficio è il luogo meno neutro che possa esistere. La soggettività esplode in quei pochi metri quadrati perché li si elude il filtro delle convenzioni e solo la dignità personale evita che i colloqui degenerino in esacerbati racconti.  Ma la rabbia, la frustrazione sono li, sfondo silente alle parole che non si osa dire fino in fondo.

Non capisco come mai in Italia gli “indignatos” non esistano; in fondo ogni persona che perde il lavoro è il potenziale leader di un movimento simile. Ma da noi no, da noi continuiamo a sperare che sia un avvocato a risolvere il problema, un giudice a darci il risarcimento dovuto, una legge a tutelarci dai rischi della vita.

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Guardo la strada che corre di fronte a me; la macchina macina i chilometri e io tengo lo sguardo fisso sul vetro frontale.
“Ma tu hai seguito le questioni sul collegato lavoro?”
“No” rispondo a mio fratello senza girare la testa.
“Perché mi piaceva sapere come avevate gestito i primi mesi, prima che tutti i decreti fossero chiariti.”
“Ma no, io non seguo gli aspetti più tecnici, ci sono gli uffici vertenze che seguono direttamente le questioni legali. La sola cosa che abbiamo fatto è stato sollecitare i lavoratori rispetto alla necessità di impugnare i contratti a termine entro i sessanta giorni dalla loro scadenza.” Adesso però il pensiero è fermo come lo sguardo. Le banche fino a che ora sono aperte? Penso, voglio versare quell’assegno alla svelta. Sono tanti soldi e non mi va di tenerli in tasca a lungo.

“Il notaio è di Roma.” Osservo con fare distratto.
“Decisamente.” Mio fratello risponde ma continua a parlarmi di lavoro; “a me è capitata una cosa particolare. Sai che ci sono…..giorni…….e l’impugnazione non è arrivata……..pensa solo per pochi giorni……ma è un problema che non mi…….”

La strada è sempre la stessa da anni; Milano, Genova, Rapallo. Rapallo, Genova, Milano. Chissà forse non la farò più adesso. Non ho più la casa da andare a vedere, non c’è più nessun interesse da dover curare a Rapallo e forse solo qualche gita potrà riportarmi giù.

Prendo un pezzo di focaccia dal sacchetto, gli do un morso e controllo la strada. Bereguardo è vicina a casa, sono solo le due e un quarto. Si riesco a portare l’assegno in banca e non pensarci più.

“….comunque ci sono degli avvocati incompetente che fanno delle cose assurde e io mi chiedo come fanno a fare degli errori così incredibili e restare attivi sul mercato.” Si, ha proprio ragione mio fratello.

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Il Chiringuito è fatto di poca luce, un barlume di bianco che circonda gli oggetti e le persone donandole un contorno, ma nulla più.
Il Chiringuito è di fronte allo stadio ed è un luogo speciale. La domenica, ma anche il martedì o il mercoledì, quando si giocano le partite, è luogo di ritrovo dei tifosi edonisti, quelli che amano recarsi allo stadio con calma, assaporando tutte le fasi della partita che iniziano con l’avvicinamento al campo. Nelle altre sere ospita le bellezze milanesi. Maschi e femmine.

Io amo questo locale perché è uno dei pochi luoghi all’aperto di questa mia città.
Io non lo frequento spesso perché le bellezze milanesi sono maledettamente stronze e non le trovo divertenti, al di la del loro apparire falsamente perfette.

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Alberto ha il mento doppio come un personaggio dei cartoni animati. I suoi capelli biondi e corti sono gli stessi dei  tempi della scuola e lui, più grande di noi di due anni, era il leader malefico della classe.  Con lui siamo diventati grandi in nottate chimiche che hanno contribuito alla nostra formazione culturale.
Quante serate trascorse ascoltando dischi e discutendo in modo concitato di musica; in una nottata riusciva a propormi percorsi musicali inaspettati per me. Dai Beatles agli Stones, fino ai Kinks o agli Who passando da cantautori americani e inglesi, o a gruppi di cui oggi faccio fatica a ricordare i nomi. Dream Theatre , Hoodo Gurus, Gentle Giant e quanti altri che adesso non ricordo.
E poi e libri e i loro autori; Norman Mailer, Miller e Capote, Hubert Selby e Fernando Pessoa. Un vortice di parole che circondavano le nostre notti. Inverno o estate non importava. Quel che contava era condividere la voglia di conoscere. E l’esperienza chimica ci portava a conoscere molto anche di noi stessi.
Ma poi avverti la falsità della chimica, e se anche riesci a gestire quella fase della tua esistenza poi ti rendi conto che tutto passa da li, dalle sostanze che assumi, e ne esci perché non ne vuoi più sapere.

Però a distanza di anni l’amicizia non scompare; ci si cerca e ci si trova in modo naturale. Alcune serate sono piene di vita e si ritrovano i vecchi stimoli. Altre sono vuote e ne avverti il soffio pesante sulla pelle. Queste sere trascorrono con l’orologio in mano e il silenzio vince la sua battaglia.

Ok Alberto ci si rivede tra qualche mese.

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